Ivo Minerbi (1898-1983)
di Sara Baretta













Ivo Minerbi nasce a Ferrara l’ 11 novembre 1898, figlio di Adolfo Minerbi ed Elisa Hanau; ha due fratelli, Arturo e Leo, (FOTO 1) ed una sorella, Wanda.
Partecipa al primo conflitto mondiale in qualità di sottotenente di complemento, riuscendo nel frattempo a diplomarsi nel 1917 in qualità di esterno presso il liceo Torricelli di Faenza.
In seguito si laurea in giurisprudenza, divenendo notaio nel distretto di Migliarino, paese del contado ferrarese. Sposa Pia Ravenna, di quattro anni più grande di lui, ed ha due figli; Gian Paolo, nel 1926, e Silvana, nel 1928, (FOTO 2 E 3); oltre ad un terzo figlio, Enrico, del quale non si conosce la data di nascita ma si sa muore a soli tre anni e un mese.
Il 31 dicembre 1938, in seguito alla emanazione delle cosidette leggi razziali, capendo che la situazione stava per divenire insostenibile, sceglie di tentare la via della discriminazione, e presenta in prefettura istanza diretta al Ministero dell’ Interno per ottenere di essere discriminato ai sensi dell’ art. 14 del R.D.L.1728/38. 1
In un primo tempo sembra che la sua domanda possa avere esito favorevole: dalle informazioni assunte, sia di tipo economico (FOTO 4), che di tipo politico, lui e la famiglia vengono definiti di regolare condotta. Ha prestato servizio nella grande guerra in qualità di sottotenente di complemento, ottenendo la medaglia d’ argento di benemerenza civica, conferita dal Municipio di Ravenna nel 1915; risulta inoltre iscritto al P.N.F. dal 28/10/1932 (a dieci anni esatti dalla marcia su Roma). In data 30 gennaio il Questore esprime quindi formale parere favorevole.
L’ 8 gennaio 1939 comincia il censimento e schedatura degli Ebrei residenti in città, a tale data egli risiedeva in via Zemola 19, nel centro storico cittadino entro le mura. (FOTO 5)
Il 4 luglio il prefetto De Suni, (FOTO 6), nonostante avesse precedentemente già espresso parere favorevole, ‘riapre le indagini’ in seguito a segnalazioni di “atteggiamento di critica nei riguardi del regime” su diretta segnalazione della Segreteria federale; tuttavia da informazioni assunte non vi sono risultanze a lui sfavorevoli, come segnalato dal brigadiere Gusmano, “neanche dopo l’ avvento delle leggi razziali risulta che egli abbia fatto commenti”; la nota si conclude “non è da escludersi che abbia commentato i provvedimenti (…) però fino ad oggi nessun rilievo specifico ha dato in linea politica”. 2
La domanda di discriminazione viene negata.
In seguito alle leggi razziali la moglie Pia che è vice ragioniera capo presso il Comune di Ferrara, il 9 novembre del ’39 si deve dimettere dall’ impiego; il 16 febbraio del 1940 Ivo viene cancellato d’ ufficio dal ruolo dei notai esercenti (FOTO 7)
Le segnalazioni dei noti informatori a suo carico divengono numerose, ed è l’ avvento della guerra a far precipitare le cose ed a determinare il suo trasferimento nel campo di internamento di Urbisaglia, atto che reca la data del 12 giugno 1940, a due giorni dalla avvenuta dichiarazione di guerra. (FOTO 8).
Il 15 giugno, alle ore 15,15 Ivo viene sottoposto a fermo e posto in traduzione straordinaria ed il giorno successivo giunge ad Urbisaglia. (FOTO 9)
E’ solo con una missiva datata 26 giugno che si riescono a comprendere le motivazioni che hanno portato al suo internamento: “è risultato che il medesimo era in relazioni con l’ ebreo Bonfiglioli… (Felice Giovanni) attualmente in Francia, del quale il Minerbi curava l’amministrazione dei beni (…), il Minerbi,che agiva con regolare delega, vien quindi accusato “dopo avere pagato le tasse” di avere inviato il contante residuo del Bonfiglioli in Francia, “in diverse riprese” sottraendo così un patrimonio probabilmente ingente a confisca da parte del regime. 3
Nel luglio 1940 alla moglie Pia Lola viene concesso di recarsi in visita diurna al marito ad Urbisaglia per due giorni consecutivi, con cadenza mensile, (FOTO 10) mentre alla madre Elisa Hanau ed al fratello Leo il permesso concordato sarà di un solo giorno una tantum.
Alla data del 24 luglio la madre Elisa risulta trasferita a Firenze con il figlio Leo, che aveva sposato Lidia Ravenna, sorella di Lola, moglie di Ivo; due fratelli avevano sposato due sorelle, per farla breve.
Il 29 agosto 1940 Ivo viene trasferito nel campo di Internamento di Sant’ Angelo in Vado, Pesaro. (FOTO 11)
Il 13 novembre 1940 viene autorizzato a trasferirsi a Firenze presso “la vecchia madre, trattandosi di ebreo non pericoloso” (…) a condizione che sia fatto obbligo di non venire a Ferrara senza preventiva autorizzazione (…) allo scopo di evitare malcontento e disappunto nell’ ambiente fascista” 4
La moglie ed i figli vengono anch’ essi autorizzati a trasferirsi a Firenze, a proprie spese, e possono così raggiungere Ivo.
In data 7 dicembre è la prefettura di Firenze a‘preoccuparsi’ per le “condizioni economiche dell’ ebreo (…) e se esse siano tali da consentirgli di vivere senza necessità di dedicarsi ad alcun lavoro, che in questa città non avrebbe probabilità di procacciarsi”. 5
Il lavoro non solo lo troverà, ma fonderà una propria attività, come vedremo in seguito.
Il trasferimento da S. Angelo in Vado avviene con ministeriale del 28 dicembre 1940, (FOTO 12) ed egli giunge a Firenze in qualità di internato libero il 9 gennaio 1941, a Firenze-Bagno a Ripoli nel campo di concentramento Villa La selva. (FOTO 13)
Il primo maggio 1941 Ivo Minerbi chiede la revoca del provvedimento, il questore di Firenze risponde che “ha qui tenuto buona condotta, (..) e pertanto nulla osterebbe (…) all’ accoglimento dell’ unita istanza”, 6 il provvedimento viene ufficialmente revocato il 24 maggio, con l’ obbligo di non fare ritorno a Ferrara senza preventiva autorizzazione della Questura. Da uomo libero continuerà a risiedere a Firenze, tornando qualche volta a Ferrara preventivamente autorizzato allo scopo di trattare affari personali.
Il 25 agosto 1943 chiede la revoca del provvedimento che gli vieta di soggiornare a Ferrara, due giorni dopo la diffida viene revocata “per cessati motivi”
In seguito all’ 8 settembre Ivo farà perdere le sue tracce insieme alla famiglia. Come la maggior parte di coloro che aveva subito la costrizione nei campi di internamento non sarà colto di sorpresa, ed i luoghi di detenzione paradossalmente saranno anche i luoghi che serviranno a fornire la protezione e le conoscenze personali utili alla salvezza. È il destino comune al gruppo degli internati provenienti da Ferrara, perlomeno. Chi si trova da solo molto spesso entra nella Resistenza, più o meno attiva, chi ha avuto modo di riunirsi alla propria famiglia si salva con essi. A nessuno toccherà la sorte dei lager tedeschi, e saranno tutti salvati
Per quanto riguarda le vicende personali conseguenti l’8 settembre, non risultanti dalla documentazione d’archivio, (peraltro sempre fredde, fatte di sole date, avvenimenti e sequenze burocratiche), la ricostruzione è possibile in maniera decisamente dettagliata ed emozionale grazie alle testimonianze rese da due famigliari: il nipote Sergio Minerbi, figlio del fratello Arturo, e la figlia Silvana, durante una intervista resa nell’ estate del 2015, che riporto di seguito: 7
Testimonianza di Sergio Minerbi:
“Ivo (…) fu inviato al confino (…) presso Urbisaglia nelle Marche, nella villa Bandini- Giustiniani. Lì incontrò Raffaele Cantoni (…). Ivo fu trasferito a Firenze dove nel 1943 ritrovò Raffaele; Ivo mi disse: “In quel periodo trovai lavoro a Prato in una fabbrica di tessuti ed a Raffaele venne in mente di fondare la “MI.CA.”, società senza capitali, come la definiva lui. Io acquistavo in fabbrica tutti i vecchi campioni di stoffa o qualche pezza fallosa, ed egli -con o senza la scorta dei carabinieri- si recava ad Empoli, dove hanno sede molti berrettifici, ed alla sera mi veniva a trovare per dirmi di aver venduto tutto ed occorreva altra merce.” Ivo ebbe tre figli: Gian Paolo che è ingegnere chimico, è stato vice-direttore generale della Montedison lavorando a Ferrara, Venezia e Milano ed oggi risiede a Ferrara nella bellissima casa del 1450 di Via Cammello, detta di Stella degli assassini.; Silvana vedova Calabresi che vive a Padova ed un altro figlio, Enrico Franco, che morì all’età di tre anni e un mese. Nell’agosto 1944 fu liberata Firenze e giunsero a Roma i due fratelli di mio padre, Ivo e Leo Minerbi, che, insieme a mia nonna Elisa, erano riusciti a scampare alla guerra nei boschi a sud di Firenze”.
Testimonianza di Silvana Minerbi in Calabresi:
“Papà: Ivo Minerbi fu internato ad Urbisaglia (MC). Fu preso a Ferrara in casa nostra dalla polizia. Rimane nitido e toccante il me il ricordo; un giorno tornando a casa da scuola vidi in cima allo scalone papà ammanettato tra due poliziotti, gli corsi incontro per abbracciarlo e ricevetti un terribile spintone. Fu portato nelle carceri di Ferrara per alcuni giorni, poi mandato nelle Marche ad Urbisaglia: Villa Giustiniani-Bandini. Motivazione: professionista in vista ma antifascista.
Lo stesso giorno furono presi a Ferrara l’avv. Bruno Contini e il dott. Renzo Bonfiglioli con motivazioni analoghe.
A Urbisaglia ci fu concesso di andarlo a trovare una volta al mese, non più di due persone alla volta. La prima volta andò la mamma con mio fratello (Giampaolo), la seconda, la nonna paterna (Elisa Hanau in Minerbi) con me.”
La nonna viveva in casa con loro e condivise tutte le vicende delle persecuzioni.
“Villa Giustiniani-Bandini è accanto all’Abbazia (Fiastra) ed è stata costruita seicento anni dopo. Per quel che ricordo, nel campo si respirava un’aria relativamente serena, ed assunse molta importanza la vita religiosa grazie all’avv. Carlo Alberto Viterbo. La vita era ordinata ed ogni internato aveva un proprio compito da svolgere. Il direttore del campo viveva lì con la sua famiglia, e si intratteneva spesso con gli internati.
Da Urbisaglia, papà fu trasferito a Sant’Angelo in Vado e lì potemmo raggiungerlo la nonna, la mamma ed io. Mio fratello fu mandato a Roma in casa dello zio (Arturo Minerbi), papà di Sergio, perché potesse continuare gli studi.”
Silvana fa notare che lo zio Arturo aiutò suo padre a uscire dal campo di concentramento, grazie a contatti con il fascio romano.
“A Sant’Angelo abitammo prima in una sottospecie di albergo (con locanda) insieme ad altri internati, i Gabibbe (Cabib?) e i D’Angeli (De Angeli?).”
Entrambi, scrive Silvana, venivano da Milano. Cabib era assieme alla moglie, il secondo era solo e aveva con sé un cane. Ricorda che D’Angeli era legato per lavoro a Palazzo Pareschi di Ferrara, per l’amministrazione del quale suo padre Ivo lavorerà dopo la guerra.
“Poi il parroco ci trovò un alloggio di fianco alla canonica”, continua Silvana Minerbi. “A Sant’Angelo le giornate erano lunghe e noiose, non c’era mio fratello, non c’erano amiche; gli altri internati non avevano figli. Passavo il mio tempo a cercare tartufi, giocando con il cocker (dell’internato D’Angeli) nel raggio di paese a noi consentito, ed ero molto triste. Papà col suo “savoir faire” riuscì a farmi accettare come auditrice nel convento di suore del paese che aveva una scuola magistrale (N.B: Silvana aveva 12 anni). Il parroco integrava le nozioni di latino, papà quelle di matematica e di francese. Ogni anno, finché si è potuto, ho dato gli esami da privatista.”
A Ferrara, nei primi anni, Silvana aveva studiato in casa con la nonna Elisa; non andava a scuola perché cagionevole di salute. Dopo il ’38, con le leggi razziali, frequentò la scuola ebraica di via Vignatagliata, deve insegnava anche Giorgio Bassani. A Sant’Angelo in Vado, in occasione di una ricorrenza religiosa, i suoi genitori e gli altri correligionari allestirono una festa che suscitò la curiosità dei paesani, i quali andavano a vedere “l’altarino degli ebrei”. Suo padre Ivo si recava spesso nel paese vicino a vendere qualcuno dei loro beni. Con il ricavato dovevano mantenersi, visto che non avevano sussidio.
“Quando nel gennaio del ’41 ci fu consentito di andare a Firenze, eravamo sempre sorvegliati da un questurino, che divenne ben presto amico di noi tutti.”
Giampaolo a Firenze era con loro, poiché era tornato da Roma. Silvana racconta che uscivano uno alla volta con il questurino appresso. A Firenze viveva lo zio Leo Minerbi, altro fratello del padre, con la moglie Lidia Ravenna, sorella di Lola. Pertanto due fratelli avevano sposato due sorelle, visto che Lola era la moglie di Ivo. I figli di Leo si chiamavano Loth-Giorgio, Luisa e Jahir-Ruggero.
“Da Firenze siamo scappati con l’aiuto del questurino poco prima dell’arrivo dei tedeschi.”
Silvana ricorda che sono scappati tutti quanti da Bagno a Ripoli, in bicicletta. Con loro c’erano anche Leo e famiglia.
“Andammo a La Verna, ai piedi del convento, in casa della postina del paese, sorella di Clementina.”
Il paese è Chiusi della Verna e vi restano a lungo tra mille disagi. Inizialmente riparano in un alberghetto locale, poi passano in questa casa privata dove fa un freddo terribile, addirittura nevica in casa, tanto che devono spostare i letti lungo la parete. Non possono comperare nulla poiché sono privi di carte annonarie. Ci sono tanti ebrei nella zona, stranieri e sfollati. Loro fingono di essere cattolici in fuga dai bombardamenti e anche di essere quasi analfabeti. La ragione è dovuta al fatto che un professore di nome Bargellini aveva creato una sorta di scuola per gli sfollati e lei e Giampiero temevano che si scoprisse la loro identità di ebrei. Così, fingendo totale ignoranza, non partecipavano alle lezioni.
“Poi la situazione precipitò e finimmo io, la mamma e la nonna nel convento di clausura delle clarisse; papà e mio fratello con gli altri nelle celle dei frati.”
C’erano anche tutti i parenti maschi, compresi i cugini. Ma diventa pericoloso anche restare in convento e allora si rifugiano nei boschi di Gianpereta dietro il santuario. Qui si nasconde anche la famiglia del dottor Umberto Franchetti, già medico condotto nella zona ma originario di Bagno a Ripoli. Era stato docente di clinica pediatrica all’Università di Firenze, sospeso dal servizio nell’ottobre ’38 per ragioni razziali. Le due famiglie si conoscevano, anche perché tutti i Minerbi, forse 12 persone, quando fuggono da Bagno a Ripoli si accampano nella villa del dottore Franchetti, al “Bigallo”. Il dottore poi deve scappare a sua volta con la famiglia. Silvana li ricorda bene, visto che Lina Franchetti sposerà suo cugino Ruggero Minerbi. Nel minuscolo centro di Gianpereta, la famiglia Franchetti trova rifugio in una piccola casa, ospitata e sostenuta dai contadini, alcuni dei quali saranno dichiarati “giusti”. Torniamo a settembre-ottobre ’44.
“Alla fine andammo nei boschi, dove mancava tutto. Ogni tanto arrivava qualche frate con pane vecchio e formaggio e la mamma con un po’ d’acqua faceva una pappa che mangiavamo a turno con un solo cucchiaio che papà aveva intagliato nel legno. Quando fummo esausti e ammalati, decidemmo di passare le linee con l’aiuto di una guida. Eravamo in tanti e fu facile finché camminammo nel bosco, ma quando arrivammo allo scoperto tra le mitragliatrici tedesche e gli aerei inglesi da bombardamento, fu una ecatombe. Papà aveva cucito indosso a me e a mio fratello un po’ di gioielli e ci aveva raccomandato di camminare sempre, senza mai voltarci. La paura era tanta, la gente ti moriva a destra e a sinistra e tu dovevi camminare. Arrivai per prima in zona partigiana ma non mi fu concesso di aspettare i miei.”
Con Silvana c’era Miriam Donadoni, figlia di un professore. La ragazza era stata nascosta in un casolare con la mamma e il fratello. In testa portava un cappello rosso molto vistoso, che a Silvana non pareva adatto alla situazione!
“Le peripezie non erano finite e arrivò notte prima di poter essere di nuovo tutti assieme ad Arezzo in un campo militare.” Il campo era affollatissimo. “Quando ci fu concesso di andare a Roma, la Croce rossa non aveva alcuna notizia di noi.”
Lo zio di Roma li considerava morti. Nella capitale Silvana viene accolta dall’Unione Cristiana della Giovane, che in realtà è piena di ebrei, fra cui Natalia Ginzburg, un altro profugo proveniente da Venezia che porta il cognome Voghera, e tutti i Minerbi. Restano lì fino a quando si può tornare a Firenze dove hanno lasciato cose che non troveranno mai più.
A Firenze Ivo Minerbi si presenta in Municipio per cercare di ottenere le carte annonarie e qui scopre che di loro sapevano tutto.
“Viaggiammo per 24 ore su treni merci; i ponti erano stati distrutti e i treni passavano su binari sospesi sull’acqua.”
Anche i beni lasciati a Ferrara non ci saranno più. Ivo Minerbi li cerca ovunque e ritrova qualcosa presso antiquari e negozianti ai quali dice ad esempio: “Guardate sotto, c’è un segno o una marca.” Se il particolare descritto corrisponde, gli restituiscono con imbarazzo l’oggetto. Un amico aveva sepolto in giardino la loro argenteria e questa si ritroverà. Quanto alla casa, poiché vivevano in affitto non fu loro requisita.
La madre di Silvana e moglie del notaio Minerbi, Pia Lola Ravenna, che nel ’38 si era licenziata da sola per non farsi cacciare, sarà reintegrata: il dirigente si presenta di persona da lei a richiamarla in servizio. Il padre Ivo riprende la professione di notaio nel ferrarese. E’ consigliere della Comunità ebraica cittadina, ormai decimata. Una zia di Ivo, Emma Orefice, nata a Padova nel 1884 da Vittorio e Abolaffio Grazia, sarà deportata per essere uccisa ad Auschwitz nel ’44.
“Come abbiamo vissuto gli anni delle persecuzioni? Eravamo stati educati ad accettare la sorte, e la serenità dei miei genitori, nonostante le mille preoccupazioni, ci ha dato sempre tanta forza e coraggio per affrontare…”
Note
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A.S.Fe. Questura, cat. A8 Ebrei, b.5, fasc. 98.
L’ articolo 14 così riportava: Il Ministro per l’Interno, sulla documentata istanza degli interessati, può, caso per caso, dichiarare non applicabili le disposizioni degli articoli 10 e 11, nonché dell’Art. 13, lett. h): a) ai componenti le famiglie dei caduti nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola e dei caduti per la causa fascista; b) a coloro che si trovino in una delle seguenti condizioni:
1) mutilati, invalidi, feriti, volontari di guerra o decorati al valore nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;
2) combattenti nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, che abbiano almeno la croce al merito di guerra;
3) mutilati, invalidi, feriti della causa fascista;
4) iscritti al Partito Nazionale Fascista negli anni 1919 – 20 – 21 – 22 e nel secondo semestre del 1924;
5) legionari fiumani;
6) abbiano acquisito eccezionali benemerenze, da valutarsi a termini dell’Art. 16.
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- Vedi: www.archiviomaggiolimazzoni.it- SMin – Testimonianza di Silvana Minerbi, resa agli autori nel luglio 2015, sul periodo di internamento del padre Ivo e sulla fuga della famiglia.
