RENATO HIRSCH (1889-1977)
di Sara Baretta
Renato Hirsch nasce a Ferrara il 23 febbraio 1889 da Carlo e Pesaro Almerinda1, in una famiglia di ricchi industriali tessili, proprietari di una delle poche grandi manifatture moderne presenti all’epoca in una città che viveva di una realtà prettamente agricola, sprofondata in un presente quasi immobile. (FOTO 1)

Nel 1911 sposa a Parigi Rachele Levi, nata il 19 dicembre 1883 nella città transalpina, che gli darà due figli: Ugo Carlo nato nel 1912 e morto nel 1930 in un incidente di montagna a San Candido, Bolzano, e Carla, nata nel 1914, che emigrerà in Palestina negli anni ’30, con il marito Giulio Bonfiglioli.
Partecipa alla grande guerra, ed ottiene la medaglia d’ argento al valor militare.
Alla morte del padre, nel 1923, eredita la conduzione del maglificio ‘Industrie riunite Hirsch Odorati’, (FOTO 2 e 3) un’industria importantissima nel panorama locale con sede nell’attuale via Aldigheri e con succursali a Comacchio, Copparo e Bondeno. Vi trovano occupazione centinaia di operaie, in quanto la mano d’opera è a prevalenza femminile, per le quali Renato crea strutture autonome di sostegno come l’assistenza sanitaria e l’asilo per i figli delle operaie, fondato nel 1925.


Quando Renato Hirsch le rileva, le “Industrie Riunite Hirsch Odorati” esportano nelle Americhe, in Egitto, nell’Est europeo, nelle Indie inglesi e olandesi. 2
Sebbene non svolgesse attivamente politica, il suo atteggiamento di ostilità al regime era cosa nota, non fu mai tesserato e fu sempre in cattivi rapporti con il corporativismo fascista. Fino dall’ avvento del regime, infatti, ebbe a subire numerose intimidazioni e tentate rappresaglie, oltre alla diffamazione a mezzo stampa, da parte del neo nato Corriere Padano, testata fascistissima. (FOTO 4)

“Durante l’anno [1925], si era scatenata in città una campagna violenta di diffamazione e di insulti verso la nostra famiglia e, in particolare, verso Renato Hirsch a mezzo del giornale locale Corriere Padano che ogni giorno pubblicava nella pagina della cronaca cittadina con titolo cubitale ‘le malefatte della banda Hirsch’. Sulla nostra famiglia e con essa sul gruppo di amici che facevano parte della società – Hirsch e C. – sono piovute accuse di ogni genere, dal ‘riso avariato’ regalato ai soldati durante la guerra agli ‘oltraggi alla patria’ (per es. la mancata esposizione della bandiera tricolore il 28 ottobre). Una sera siamo stati costretti a fuggire da casa (adiacente la fabbrica) perché i fascisti avevano dato l’ordine di bruciare la fabbrica, intimando ai pompieri di non uscire dalla caserma. L’ordine è stato poi revocato per un pressante intervento del Prefetto, preoccupato di avere la mattina dopo 400 disoccupati. Il Prefetto è stato immediatamente trasferito! In realtà dietro a tutto questo si nascondeva la volontà di Italo Balbo di impadronirsi della fabbrica, divenuta ormai un’azienda molto solida. La campagna è durata oltre un mese durante il quale non abbiamo mai replicato, giudicandolo inutile. Soltanto quando si è accusato Renato Hirsch di vigliaccheria è intervenuto il Presidente della Società che era il rispettabile e autorevole Sen. Niccolini, facendo pubblicare sul giornale la splendida motivazione con la quale a mio cugino era stata assegnata la medaglia d’argento per il suo comportamento a Caporetto. Le minacce si sono fatte più pesanti e Renato, abituato a dividere le sue giornate fra casa e fabbrica, ha iniziato a fare lunghe passeggiate nel centro della città, pronto a reagire: ma mai nessuno ha avuto il coraggio di affrontarlo”3
Nel 1927, da una relazione clandestina con Irma Melloni, nasce il terzo figlio Mario, che porterà il suo cognome.
Le prime tracce di ‘sovversivo’ ufficialmente riconosciuto conservate nella documentazione dell’Archivio storico di Ferrara4 risalgono al 1931; si tratta di uno stampato predisposto dal Commissariato di Pubblica Sicurezza presso la direzione compartimentale delle Ferrovie dello Stato, che richiede informazioni sulla rettitudine morale, ovvero se il soggetto fosse passibile di compiere borseggi, e sulla personalità politica, ovvero se fosse un possibile sovversivo e quindi poter compiere atti di propaganda anti fascista a mezzo ferrovia. La risposta del Questore è favorevole, risulta essere di “buona condotta morale e politica.5
Il carteggio prosegue nel 1935, il sorvegliato questa volta non è Hirsch, ma il cugino Bruno Giorgi, confinato politico, che chiede di potere corrispondere con Renato; anche in questo caso l’industriale viene definito di buona condotta morale e politica, e l’assenso a corrispondere viene dato. (FOTO 5)

Nell’ aprile del ’37 si reca, insieme alla moglie, a visitare la figlia in Palestina. A Caifa gli viene sequestrata la pistola che aveva con sé, in quanto non denunciata. Il consolato italiano interviene direttamente, in modo che la rivoltella venga restituita, adducendone il valore affettivo, in quanto “per essere quella con cui l’Ing. Hirsch fece la grande guerra rappresentava, per lui, un valore ideale”6
Alla data del censimento ebraico, nel 1938, risiedeva in corso Porta Mare 6, con la moglie Almerinda.
Il giardino di casa Hirsch, maestosa palazzina in mattoni rossi di stile eclettico, posta a pochi passi dal Castello, su conferma dello stesso Giorgio Bassani,7 fu d’ispirazione per la creazione narrativa de ‘Il giardino dei Finzi Contini’, seppur dislocato nella finzione in altra parte della città, vicino alla cerchia muraria. (FOTO 6)

In seguito all’ emanazione delle leggi razziali, il 29 dicembre 1938 Hirsch fa richiesta di discriminazione per sé, per la madre Almerinda, per la moglie Rachele Maria Levi e per la figlia Carla Hirsch in Bonfiglioli. (FOTO 7)

La questura, a firma del Brigadiere Luigi Gusmano,8 esprime parere favorevole alla discriminazione, sottolineando i meriti ricevuti durante la prima guerra, evidenziando che l’Hirsch non è tuttavia mai stato iscritto al PNF.
Il 12 luglio 1939 la domanda di discriminazione viene respinta con provvedimento ministeriale; contemporaneamente cominciano le procedure per l’alienazione della “Hirsch Odorati & C” affinché finisca per legge in ‘mani ariane’; questo a distanza di quasi vent’anni dai primi tentativi di impossessarsi della manifattura da parte dei fascisti.
Il 10 giugno 1940 il Brigadiere Luigi Gusmano, che a suo tempo aveva dato parere favorevole alla discriminazione, cambia idea: “non iscritto al pnf, sostanzialmente indifferente alla questione politica, risulta tuttavia cugino di Giorgi Bruno, confinato politico nel ’35; in caso di guerra potrebbe svolgere attività anti fascista” (…) Ha avuto non poche controversie di carattere sindacale – corporativa” e risulta essere un “acido mormoratore”9
Il 18 giugno 1940, a guerra appena cominciata, viene predisposto l’ internamento nel campo di Campagna (Salerno) da parte del Ministero dell’ Interno. (FOTO 8)

Il 24 giugno, alle ore 10 di mattina viene sottoposto a fermo di polizia. Il verbale risulta firmato dal brigadiere Luigi Gusmano, sua la nota relativa alla situazione economica di Hirsch ‘può mantenersi da sé durante il periodo di tempo di isolamento’.10
Il 25 è lo stesso Hirsch a scrivere al Questore di Ferrara, di poter conferire, prima del suo allontanamento, ‘col suo procuratore personale (…) per lasciare le disposizioni necessarie a che la lavorazione possa proseguire regolarmente anche durante la sua assenza’11Non sappiamo se gli fu accordato il permesso.
Il 26 giugno, alle ore 21.30 viene messo in traduzione per Campagna.
La permanenza nel campo dura poco; già il 27 luglio viene predisposto l’internamento a Gioia del Colle (Bari), ed il 24 agosto viene tradotto in Puglia, (FOTO 9)

L’avvocato Ireneo Farneti, suo procuratore incaricato delle pratiche di cessione della ditta, chiede di poter interloquire per questioni d’ affari; il Prefetto, visto che “i motivi sussistono’” dà parere favorevole.
Il 31 agosto 1940 Hirsch fa richiesta di un permesso di due mesi, allo scopo di poter curare la liquidazione della ditta; o quanto meno di essere destinato in una località prossima alla provincia di Ferrara.
Il 19 settembre tale richiesta viene negata dal Prefetto: “l’azienda di cui il predetto ebreo è il maggiore azionista è attualmente affidata per la gestione e per le pratiche di cessione a nuovi proprietari ariani (…) gli interessi dell’Hirsch non solo non possono essere pregiudicati dalla sua assenza perché come è noto egli ha qui un legale di fiducia nella persona dell’ Avv. Farneti Ireneo, il quale ha già ottenuto più volte l’autorizzazione a recarsi presso l’Hirsch per la trattazione degli affari in pendenza. Dall’altro (…) canto l’opificio è chiuso e le maestranze sospese per mancanza di materia prima”12
Dalle parole dello stesso Hirsch: “La più importante industria a carattere continuativo che sia in Ferrara (…) per effetto della legge razziale (…) è fatto obbligo di vendere la mia quota di fabbrica.(..) dal commissario di vigilanza valutata £. 1.000.000 (…) è stato venduto per meno di £. 800.000. Compratore risulta essere il Comm. Achille Rosa, membro della manifattura Borgosesia, notaio Bermond di Milano”.13
Di nuovo egli chiede 10 giorni per potersi recare a Milano, per curare i propri interessi. La richiesta, che porta la data del 12 dicembre, ottiene esito favorevole dalla prefettura di Ferrara solo in data 29 dicembre 1940.Tuttavia il 7 gennaio il permesso già concesso viene revocato dalla prefettura di Milano, in quanto l’atto notarile di cessione delle quote era nel frattempo già avvenuto il giorno 28 dicembre,(il giorno precedente alla concessione del permesso da parte della prefettura di Ferrara, quindi); firmatari dell’ atto di cessione il cav. Achille Rosa ed il mandatario legale, avv. Ireneo Farneti, controvalore quote 780.000. La macchina burocratica, peraltro efficientissima e solerte, si era momentaneamente incagliata su sé stessa.
Il 25 dicembre, giorno del Natale cristiano, al campo di Gioia del Colle perviene una raccomandata che precisa come 1000 lire fossero giunte da parte di anonimo donatore-‘affinché gli internati non prendessero l’abitudine di chiedere sussidi alla Comunità”14, così come precisato dalla comunità israelitica di Milano. Altre 500 lire sono invece pervenute direttamente ad Hirsch dal rabbino Toaff di Livorno, con lo scopo di distribuire il denaro tra gli internati più poveri. (FOTO 10)

Il 3 gennaio 1941 viene disposto l’internamento ad Isola di Gran Sasso, in provincia di Teramo; il 15 gennaio Hirsch viene tradotto, giungendo a destinazione il 16 gennaio.(FOTO 11)

Il 9 febbraio 1941 gli vengono accordati otto giorni di licenza e viene scortato con urgenza a Milano; la Questura della città meneghina deve provvedere alla vigilanza ed al riaccompagnamento. Il 18 febbraio 1941, ancora in licenza per trattare la cessione della fabbrica, ne chiede una ulteriore per potersi recare un giorno a Ferrara per prelevare campioni di filati; chiede inoltre di potere essere accompagnato a Saronno allo scopo di potere visitare la sorella, ivi residente; il 20 febbraio ottiene l’ autorizzazione.
Il 24 agosto 1941 l’avv. Farneti ottiene parere favorevole alla visita ad Hirsch, nel campo di internamento di Isola di Gran Sasso, unitamente a tale Stefano Mascellani fu Riccardo.
Il 10 settembre 1941 Hirsch chiede la revoca del provvedimento di internamento; per tutta risposta il 26 settembre viene internato del campo di Urbisaglia, in provincia di Macerata. (FOTO 12)

Il 23 settembre 1941 a firma del brigadiere Gusmano “Dato il tempo trascorso dall’ internamente e visto le sue passate benemerenze (…) si potrebbe autorizzare l’ Hirsch a risiedere a Milano, a condizione però che lo stesso non si facesse vedere a Ferrara ove l’elemento fascista non gradirebbe la sua presenza”.15
Il 19 ottobre la richiesta di revoca del provvedimento viene definitivamente respinta.
Nel frattempo l’avv. Farneti non aveva ancora potuto conferire con Hirsch, in quanto a permesso autorizzato per Isola di Gran Sasso, era nel frattempo subentrato il trasferimento ad Urbisaglia. Il 18 e 19 dello stesso mese l’avvocato ha modo di compiere la visita rimandata presso Hirsch, nel campo di Urbisaglia.
Il 2 gennaio 1942 la vendita della ditta necessita di ulteriori adempimenti, e di nuovo Farneti chiede di potere conferire con Hirsch, l’assenso risale al 16 gennaio.
Il 13 aprile 1942 termina l’internamento ad Urbisaglia, e viene munito di foglio di via obbligatorio per Varese, e più precisamente Tradate. Il 18 aprile la Questura di Varese chiede le debite informazioni di rito sulla condotta morale e politica, alla Questura ferrarese.
Il 17 agosto il regime di internamento cessa, ed egli viene posto in libertà. Giunge a Ferrara il 26 agosto, e torna a risiedere nella propria abitazione di Porta Mare 6.
Ben presto giunge l’8 settembre, e già il giorno successivo Ferrara viene occupata dalle truppe tedesche; la bandiera nazista sventola ora sul castello.
Il 21 settembre 1943 Igino Ghisellini diviene federale del Partito Fascista Repubblicano.
Ghisellini è solito percorrere quotidianamente la strada tra Ferrara e Casumaro, dove risiede. Lungo questo tratto di strada, viene ucciso con sei colpi di pistola verso le ore 21 del 13 novembre 1943. Il corpo viene lasciato poi a Castello d’Argile, dove viene ritrovato il mattino successivo in un fosso lungo la strada.
La notizia giunge immediatamente a Verona, dove è in corso il Congresso del Partito Fascista Repubblicano e dove Ghisellini doveva recarsi il giorno stesso. Per vendicarne la morte, viene organizzata una squadra punitiva, capeggiata da Enrico Vezzalini,16 che raggiunge Ferrara nel pomeriggio. Tra i cittadini ferraresi detenuti per presupposti reati politici, vengono scelte 10 persone, che sono poi fucilate all’alba del 15 novembre, il cosiddetto eccidio del Castello Estense. La undicesima vittima, non prevista, è un operaio che si recava a lavoro, divenuto scomodo testimone, e per questo assassinato.
Otto corpi vengono portati nella notte nei pressi del fossato del Castello: Emilio Arlotti, deputato e senatore del Regno d’ Italia, Pasquale Colagrande, magistrato, Vittore e Mario Hanau, padre e figlio, commercianti ebrei, Giulio Piazzi, avvocato socialista, Ugo Teglio, avvocato, ebreo, Alberto Vita Finzi, rappresentante di commercio, ebreo, Mario Zanatta, avvocato.
Altri due corpi vengono ritrovati presso i rampari di San Giorgio: Gerolamo Savonuzzi ingegnere capo del Comune di Ferrara e Arturo Torboli responsabile dell’Ufficio ragioneria del Comune; ed infine in via Boldini l’operaio Cinzio Belletti, lo scomodo e casuale testimone.
L’eccidio del castello rappresenta in ordine temporale il primo atto vero e proprio di repressione, in un certo senso è la data di nascita della guerra civile. A Ferrara per la prima volta viene applicato il famigerato rapporto di 1 a 10 delle rappresaglie dei nazi fascisti; in questo caso, ancor più tristemente di matrice autoctona e solo fascista. Dà lì in poi si sentirà spesso usare il termine ferraresizzare, per indicare la repressione più tragica, e le stragi che verranno. Il principio sta tutto qui, in quegli undici poveri corpi ammassati come fantocci in una fredda mattina di nebbia di tardo autunno.
Hirsch è ancora in città, ma capisce che il momento è giunto di rendersi irreperibile, ed entrare in clandestinità
“È la mattina del 15 novembre 1943, i corpi di otto ferraresi uccisi all’alba per rappresaglia dai fascisti, sono ancora accasciati davanti al muretto del Castello, lasciati in bella vista come monito. La signora Lucia Bazzanini, come ogni mattina, si sta recando a fare la spesa per la famiglia presso la quale è da anni impiegata come domestica. Un conoscente la ferma e le dice di non andare in piazza, che ci sono dei morti e tra loro anche il signore ebreo per il quale lavora. Lucia è stupita, ma non si scompone, perché sa che Renato Hirsch è a casa in pigiama, dove lo ha appena salutato, vivo. Ma torna di corsa, lo avvisa e lui, capendo di essere in pericolo, le affida le chiavi e con quel poco che ha, lascia la casa di via Porta Mare, entrando in clandestinità.”17
L’ ordine di arresto nei confronti di Hirsch risale al 29 dicembre 1943; diretto a tutti i questori dell’alta e media Italia (visto che la geografia dell’Italia repubblichina aveva notevolmente ristretto i suoi confini); il 26 febbraio 1944 è sempre il brigadiere Gusmano a notificare che: “il giudeo Hirsch Renato si è allontanato da qualche tempo dal suo domicilio”18
Hirsch aderisce al Comitato di Liberazione Nazionale, ed in seguito alla liberazione diviene Prefetto, solo per pochi mesi.
Le sue azioni sono oggetto di pareri contrastanti e aspre critiche, non tanto nel periodo della resistenza, quanto dopo la Liberazione, accusato da più parti di essere il ‘mandante’, (neanche tanto occulto) delle rappresaglie post fasciste, che hanno insanguinato Ferrara nell’ immediato dopo guerra. Mi limito a riportare alcune testimonianze coeve.
“Divenuto uno dei punti di riferimento nell’organizzazione della Resistenza, fa parte del Comitato di Liberazione Nazionale provinciale come rappresentante del Partito Liberale, ed è lui ad accogliere in città le avanguardie degli Alleati come prefetto reggente, nominato nello stesso 1945. Ricopre la carica per qualche mese, per essere poi sostituito con un prefetto di carriera.19
“Renato Hirsch (…) non tralasciò di fare tutto quanto era nelle sue possibilità perché l’opera di rinascita e di ricostruzione del paese potesse avvenire conforme alla volontà popolare. Egli fu perciò uno dei principali artefici della ricostruzione delle opere di bonifica, come ad esempio il prosciugamento dei 50.000 ettari della grande bonifica ferrarese, allagati dai tedeschi e dai fascisti in fuga, della ricostruzione e della ripresa produttiva delle nostre fabbriche, ricuperando macchine, attrezzature e materie prime salvate dalla razzia e dalla distruzione dei tedeschi. Hirsch operò con lo stesso spirito e con lo stesso impegno del campo dei servizi annonari, dell’assistenza sanitaria, dei servizi ospedalieri, per la ripresa delle comunicazioni, dell’attività scolastica e fu presente sempre e ovunque fosse necessario il suo contributo”20.
Giorgio Bassani, nel racconto “Una lapide in via Mazzini” contenuto in “Dentro le mura”, ci restituisce un ritratto di Hirsch nelle vesti di un uomo duro, vendicativo, anche se visto con gli occhi del protagonista Geo Josz e non con i propri, e non vi è quindi modo di delineare con precisione fino a che punto i pensieri siano i suoi o quelli del protagonista.
Cambiano i nomi delle persone ed Hirsch diviene Herzen, cambiano i nomi delle vie e dei luoghi, ma non cambiano i fatti riportati.
Così dice Geo Josz, protagonista del racconto: “Incurante che i partigiani, sottentrati al Comando della Brigata Nera, adoperassero la casa di via Camprofranco21 ancora adesso intestata a suo padre, e quindi ormai sua, soltanto sua, come loro caserma e prigione, (…) scandaloso ad ogni modo che le nuove autorità sopportassero senza batter ciglio un tale stato di cose. Al prefetto dottor Herzen22 insediato nella carica l’indomani della cosiddetta liberazione di quel C.L.N. di cui, dopo i fatti del 15 dicembre ’4323era diventato il presidente alla macchia, inutile ricorrere, se era vero, come era vero, che le liste di prescrizione le aggiornavano di continuo nel suo ufficio in Castello durante apposite riunioni notturne, segrete. Eh sì, lo conoscevano bene, loro, quel tipo che nel ’39 si era lasciato buttare fuori come se niente fosse, senza dire bai, dalla fabbrica di scarpe che allora possedeva a un paio di chilometri lungo la strada di Bologna, pressappoco all’ altezza di Chiesuol del Fosso,24 e che più tardi, nel corso della guerra, era finita in un mucchio di macerie! Con quella sua mezza pelata di buon padre di famiglia, con quel suo eterno sorriso pieno di denti d’ oro, con quelle sue grosse lenti da miope cerchiate di tartaruga, presentava il caratteristico aspetto inoffensivo (a parte la schiena dritta, dura dura, che pareva avvitata al sellino dell’ inseparabile bicicletta: una schiena che andava così d’ accordo col suo cognome da ebreo di neanche tanto lontana origine germanica…) di tutte le persone più seriamente temibili.”
Di fatto Renato Hirsch, deluso dal clima di tensione che si crea con le forze politiche locali è costretto a rinunciare, nell’aprile 1946, alla presidenza della delegazione provinciale per le sanzioni contro il fascismo (la motivazione è che ha svolto i compiti assegnatigli in modo “scorretto”), e lascia Ferrara e l’Italia.
Nell’ottobre 1946 si trasferisce in Israele presso la figlia Carla che vive a Rehovod con il marito Giulio Bonfiglioli, dal 1936. Dopo qualche tempo acquista una fattoria dove impianta un allevamento sperimentale di polli, dove vengono testati farmaci e vaccini a uso veterinario prodotti dall’azienda del genero Giulio Bonfiglioli. Torna a Ferrara per qualche breve periodo, per vendere i suoi beni e per incontrare gli amici della Resistenza. Nel 1947 la moglie muore. Nel 1949 si trasferisce definitivamente in Israele, nel frattempo sposatosi con Irma Melloni, dalla quale aveva avuto il figlio Mario nel 1927. Qui muore il 3 settembre 1977. È sepolto nel cimitero del kibbutz Givat Brenner, accanto alla moglie e alla madre.
Gli ultimi documenti conservati presso l’ Archivio di stato di Ferrara risalgono all’ 11 novembre 1954, compilati dall’allora Questore di Ferrara dott. Ettore Bonichi. Rappresentano un prezioso riassunto postumo, ma non troppo lontano nel tempo, degli avvenimenti appena trascorsi; anche se vi sono parecchie imprecisioni (ad esempio Hirsch non ottiene la discriminazione, non viene internato in un solo campo, ma bensì in quattro, e viene liberato antecedentemente il governo Badoglio, non è riparato in Svizzera, ma risulta che sia rimasto sempre nei dintorni di Ferrara) riassumono il livore che la figura di Hirsch aveva suscitato nell’ opinione pubblica, soprattutto in rapporto alla carica di prefetto della Liberazione.
“Partecipò, con il grado di ufficiale, a tutte le campagne della guerra 1915 – 18, (…) meritandosi una medaglia d’ argento al valor militare. Per questo suo passato ottenne, in sede di applicazione delle leggi razziali, il cosiddetto beneficio della discriminazione, che però non valse successivamente a salvarlo dalle persecuzioni nazi-fasciste. Poco dopo l’inizio della guerra mondiale fu, infatti internato in un campo di concentramento, dove rimase fino a quando, sotto il governo di Badoglio ne fu disposta la liberazione.
Dopo l’ otto settembre 1943, riuscì a sottrarsi alla cattura, allontanandosi da questa città ed espatriando in Svizzera. Alla liberazione comparve a Ferrara e su proposta del C.L.N. provinciale venne chiamato a reggere la Prefettura, in seguito a nomina del governo militare alleato. Da tale carica fu sollevato dopo circa due mesi, e fu nominato presidente della Commissione Provinciale per l’Epurazione. Regnava allora in provincia il caos, (…). Si verificavano, un po’ dovunque, prelevamenti di persone, trafugamenti di beni, uccisioni. A questa tragica situazione -ed è questa generalmente l’ accusa che gli si muove- l’Hirsch (…) non avrebbe mosso opposto alcuna resistenza, anzi -si dice- che l’ avrebbe, se non favorita, tollerata quasi con compiacimento, per dar sfogo al profondo livore, che per le persecuzioni subite, nutriva contro il fascismo.
Nel dicembre del 1945 chiese ed ottenne, per ragioni industriali, il passaporto per alcuni Stati Europei e per la Palestina, l’ Egitto e la Siria. Risulta che si recò in Palestina, (… ) dove si stabilì per qualche tempo, occupandosi di commercio. (…).
A Tel Aviv, secondo quanto si vocifera, possiederebbe dei beni immobili, e avrebbe svolta una attività in favore degli ebrei in lotta con gli Stati vicini, per la formazione dello stato di Israele. Dopo circa un anno fece ritorno in questa città, da dove si allontanò nuovamente, dopo un breve soggiorno, diretto in Palestina, ove condusse anche la moglie, successivamente colà deceduta.
Rientrò in Patria nei primi mesi del 1949, stabilendosi a Milano, da dove fece ritorno in questa città per contrarre matrimonio con tale Melloni Irma fu Antonio di anni 50, con la quale da molti anni era in intima relazione; da tale relazione nacque un figlio che ora conta 27 anni. (…) per quanto sopra detto e per il cattivo ricordo lasciato durante il periodo in cui ricoprì la carica di prefetto, si esprime parere contrario circa l’ opportunità che gli venga attribuita un eventuale riconoscimento da parte dell’ amministrazione.” 25
Solo circa 50 anni dopo la sua partenza definitiva da Ferrara, nel 1997, la Giunta comunale di Ferrara delibera l’intitolazione di una strada a Hirsch, in una anonima via in zona industriale; sulla targa è scritto “Renato Hirsch – Prefetto della Liberazione” (e non, ad esempio, industriale, o perseguitato politico, come avrebbe ben potuto essere) in una qualche maniera facendo simbolicamente ‘pace’ con tempi ed avvenimenti tanto contraddittori, legati più al dopo guerra che non alla guerra stessa.
NOTE
1 Il primo Hirsch ad arrivare a Ferrara si chiama Seligman: è un ebreo tedesco,origina rio del Würtemberg, che si trasferisce qui all’inizio dell’Ottocento, per scappare da vessazioni antisemite
2 Alla fine dell’Ottocento Carlo Hirsch, dopo aver lavorato col proprio padre nel commercio di maglierie, decise di impiantare nella sua casa un laboratorio per la lavorazione a mano di berretti in lana. Nel 1885, il laboratorio si trasferì nei locali di palazzo Rondinelli, già Casa Degli Esposti. Recatosi in Germania l’anno successivo, Hirsch vide all’opera alcuni impianti per la lavorazione meccanica di tessuti di lana e decise di introdurli anche nel suo stabilimento. In breve tempo la fabbrica si specializzò nella produzione di scialli, diventando una delle più importanti imprese italiane del settore. Negli stessi anni la società divenne proprietaria di un laboratorio situato lungo il corso del Volano, fuori Porta Reno. Lo stabilimento, diretto da Arturo Rebecchi, impiegava circa settanta operai, addetti al funzionamento di trenta macchine a vapore, con le quali venivano confezionati sciarpe, scialli e berretti. Nei locali di palazzo Rondinelli, si trovava ancora il magazzino e il laboratorio di maglieria diretto da Umberto Odorati, dove una manodopera quasi esclusivamente femminile produceva copribusto e maglie ciclistiche. Si procedette quindi all’ampliamento definitivo della sede centrale con la costruzione del fabbricato ad un piano adiacente palazzo Rondinelli.
Nel corso del 1897, le industrie Hirsch dovettero incontrare alcune difficoltà, tuttavia dall’anno successivo si registrarono evidenti segnali di ripresa che portarono la ditta a diventare la prima scialleria italiana, anche dopo la distruzione del lanificio Reggio a seguito di un incendio avvenuto nel 1907. Due anni dopo l’accaduto, parte dell’area su cui sorgeva il lanificio venne rilevata dalla Hirsch che vi impiantò un centinaio di macchinari, dando lavoro agli operai rimasti disoccupati dopo la distruzione della fabbrica concorrente. Nel 1912 la società assunse la denominazione di Industrie Riunite Hirsch Odorati, associando alla proprietà il nome del direttore del laboratorio ed occupando quasi tutti gli operai impiegati nelle bonetterie ferraresi. Dopo il primo conflitto mondiale vennero acquistati nuovi macchinari per sostituire quelli andati distrutti e la ditta mutò nuovamente ragione sociale, diventando anonima e triplicando il proprio capitale. Alla morte di Carlo Hirsch, avvenuta nel 1923, il figlio Renato ereditò un’industria che esportava in tutto il mondo, superando il monopolio tedesco ed aprendo nuovi stabilimenti a Comacchio e Castel San Giovanni. La Società Anonima Hirsch Odorati continuò la sua produzione fino al 1943 quando il secondo conflitto mondiale ma soprattutto le persecuzioni razziali, costrinsero la famiglia Hirsch a fuggire da Ferrara. Lo stabilimento fu rilevato e rimase attivo fino alla definitiva chiusura, avvenuta nel 1982, seguita dalla parziale demolizione decisa alcuni anni più tardi e la sostituzione con un edificio residenziale che ha conservato l’ingresso della fabbrica
3 Testimonianza della cugina Lia Hirsch Cases, dal web
4 Archivio Storico di Ferrara, A.S.Fe, questura, categoria A8, Ebrei, busta 3, fascicolo 59
5 Ibidem
6 Archivio Storico di Ferrara, A.S.Fe, questura, categoria A8, Ebrei, busta 3, fascicolo 59
7 Giorgio Bassani nasce a Bologna il 4 marzo 1916, trascorre la giovinezza a Ferrara e si trasferisce poi a Roma. Nel 1940 pubblica il volume di racconti Una città di pianura, nel 1953 La passeggiata prima di cena e nel 1955 Gli ultimi anni di Clelia Trotti, poi confluiti in Cinque storie ferraresi (1956) con cui vince il Premio Strega. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Gli occhiali d’oro (1958), Il giardino dei Finzi Contini (1962), che ha ispirato l’omonimo film di Vittoria De Sica; Dietro la porta (1964); L’airone (1968); L’odore del fieno (1972). Ha pubblicato raccolte poetiche di ispirazione ermetica e crepuscolare: Storie di poveri amanti (1945), Te lucis ante (1947) e Un’altra libertà (1951), poi riunite nel volume L’alba ai vetri (1963); Epitaffio (1974), In gran segreto (1978), In rima e senza (1982). Ha scritto inoltre i volumi di saggi Le parole preparate (1966) e Di là dal cuore (1984). Muore a Roma il 13 aprile 2000.
8 Il brigadiere Luigi Gusmano venne assassinato l’ 8 giugno 1945, a raffiche di mitra, assieme alla guardia di P.S. Pasquale Esposito e ad altre 15 persone nel cosiddetto eccidio del carcere ‘Piangipane’ di Ferrara, durante un blitz per liberare prigionieri detenuti per motivi politici e reati comuni.
9Archivio Storico di Ferrara, A.S.Fe, questura, categoria A8, Ebrei, busta 3, fascicolo 59
10 Archivio Storico di Ferrara, A.S.Fe, questura, categoria A8, Ebrei, busta 3, fascicolo 59
11 Ibidem
12 Ibidem
13 Ibidem
14 Archivio Storico di Ferrara, A.S.Fe, questura, categoria A8, Ebrei, busta 3, fascicolo 59
15 Ibidem
16 Enrico Vezzalini, avvocato, partecipò alla spedizione punitiva di Ferrara del novembre 1943, dove vennero uccisi 11 antifascisti in risposta all’uccisione del federale Igino Ghisellini. Successivamente fu nominato prefetto di Ferrara, durante la sua prefettura operò la malfamata compagnia “Giorgi” (un reparto speciale aggregato della Guardia Nazionale Repubblicana), detta dei “Tupin”. Dal 22 luglio 1944 al 15 gennaio successivo fu prefetto di Novara; anche qui, Vezzalini si fece raggiungere dalla compagnia dei “Tupin”, comandata dal capitano Tortonesi, che su ordine di Vezzalini, seminarono il territorio di stragi e terrore. Dopo esser stato esautorato dall’incarico, si recò a Bologna, dove fu cacciato dal comando tedesco, che lo accusava di seminare il panico tra la popolazione con le violenze della sua compagnia – e poi a Modena. Finita la guerra fu processato dalla Corte d’assise straordinaria di Novara e condannato a morte mediante fucilazione alla schiena insieme ad altri cinque con sentenza del giugno 1945. L’esecuzione fu eseguita presso il poligono di tiro novarese il 23 settembre 1945.
17 Dal web
18 Archivio Storico di Ferrara, A.S.Fe, questura, categoria A8, Ebrei, busta 3, fascicolo 59
19 Dal web,
20 Testimonianza di Spero Ghedini, dal web.
21 Cisterna del Follo n° 1, nella realtà, era la casa di Bassani. Il personaggio di Geo Josz non ha tratti autobiografici, lo scrittore decide tuttavia di ambientare le vicende nella propria abitazione, e di ripercorrerne la storia.
22 Rimane riconoscibile il nome di Hirsch.
23 15 novembre in realtà, la data 15 dicembre viene riportata anche in altri racconti, , ad esempio “Una notte del ’43” e “Gli ultimi anni di Clelia Trotti”.
24 Fabbrica di tessili, ed in altra posizione cittadina, nei fatti
25 Archivio Storico di Ferrara, A.S.Fe, questura, categoria A8, Ebrei, busta 3, fascicolo 59
