Giuseppe/Pino Levi Cavaglione (1911-1971)
di Lidia Maggioli e Antonio Mazzoni
Nasce a Genova il 27 febbraio 1911 da Aronne/Nino Levi ed Emma Cavaglione. Dopo la fine guerra e del fascismo aggiungerà al proprio cognome quello della madre, vittima della Shoah.
Di professione avvocato, nel 1937 prende contatto a Parigi con Carlo Rosselli per combattere al fianco delle brigate internazionali repubblicane in Spagna. Viene scoperto tramite infiltrati e torna a Genova, sorvegliato dalla polizia. Un fascicolo a suo nome è conservato presso il Casellario Politico Centrale dove risulta uno dei circa 160.000 antifascisti schedati.
Il 10 maggio 1938 viene arrestato e sconta tre mesi di carcere, dopodiché è condannato al confino politico che, per Atto di clemenza del duce, si riduce dai cinque anni previsti, a circa 19 mesi. Passando attraverso i comuni di San Severino Rota (SA), Fuscaldo (CS) e Nocera Inferiore (SA) resta confinato da fine luglio 1938 al 27 febbraio 1940.
Come accade a numerosi antifascisti ed ebrei, subito dopo il 10 giugno 1940, data che segna l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, Giuseppe Levi viene nuovamente arrestato e destinato all’internamento. La prima sede di restrizione è il campo di concentramento di Urbisaglia (MC) presso villa Giustiniani-Bandini, dove giunge il 26 giugno seguente.
Ben presto la struttura si riempie di oppositori politici, alcuni dei quali condivideranno con Levi anche il successivo internamento nel pesarese: si tratta di Giorgio Ottolenghi, veneziano ma residente a Torino, di Odoardo della Torre, livornese, e del ferrarese Ivo Minerbi. A Urbisaglia i quattro erano alloggiati nelle soffitte della villa, come rammenta l’internato triestino Bruno Pincherle.
Giuseppe Levi è tormentato dall’inerzia delle giornate nel campo e dal pensiero dei genitori che vanamente rinnovano appelli alle autorità per farlo rientrare in famiglia. Oltre a vasti interessi politici e culturali, il giovane avvocato ama la fotografia, pertanto nonostante il divieto realizza a Urbisaglia preziosi scatti ad ambienti e persone. Tale documentazione abbraccia anche il precedente periodo di confino e le successive tappe dell’internamento.


Per problemi di salute, il 5 ottobre 1940 l’internato lascia villa Giustiniani-Bandini e ottiene il trasferimento in un comune della Provincia di Pesaro dove potrà curarsi. Inoltre cerca di farsi arrivare qualche libro in prestito rivolgendosi alla biblioteca Vieusseux di Firenze, ma le restrizioni e i controlli da parte delle autorità fasciste includono tutte le letture alle quali gli internati vorrebbero accedere.
La prima sede è Apecchio, poi segue Sassocorvaro che dispone di infermeria. La permanenza sarà breve in quanto Levi viene punito con l’allontanamento per aver espresso commenti sgraditi al regime parlando confidenzialmente con un altro internato. Inviato al Sud, conosce prima il campo di concentramento di Gioia del Colle (BA), poi quello di Isola Gran Sasso (TE). A guerra finita, denuncerà il correligionario che l’aveva tradito – e che inoltre aveva provocato la condanna a vent’anni di reclusione per un altro internato, Vittorio Sermoneta, allora ristretto a Camerino (MC) – ma ormai il responsabile è andato incontro a tragica fine.
Nel maggio 1941 Giuseppe Levi viene nuovamente inviato nel pesarese. Trascorre un primo periodo di restrizione a San Leo, poi a Piandimeleto dove con altri ebrei e politici antifascisti dimora presso una famiglia amica che di notte permette agli ospiti di ascoltare Radio Londra. Nel successivo comune, Pennabilli, Levi viene nominato rappresentante della Delasem e in tale veste coordina il gruppo dei compagni presenti, alcuni dei quali stranieri.
Di qui è trasferito a Macerata Feltria, sempre in territorio pesarese, dove resta a lungo, poco meno di un anno. Nella cittadina convive con numerosi correligionari, fra i quali Albert Alcalay, giovane architetto e pittore jugoslavo, poi emigrato negli Stati Uniti, il quale nelle memorie che pubblicherà una volta tornato libero, ricorda con stima l’avvocato genovese, fermo oppositore del fascismo. Alcuni momenti vissuti insieme vengono rievocati con commozione, fra questi il capodanno 1942 quando tutti loro sono esaltati per le notizie dei successi alleati a El Alamein, in Africa, e per le voci sulla strenua resistenza dei russi a Stalingrado.
Per Giuseppe Levi ci saranno ancora due comuni obbligati, Cagli e Sant’Angelo in Lizzola, per una durata complessiva di internamento di circa tre anni. Liberato dopo l’8 settembre con le misure del Governo Badoglio, lascia Genova, questa volta spontaneamente, per unirsi alle formazioni partigiane dei Castelli Romani alle quali si aggrega nell’ottobre 1943 per diventarne il comandante militare. Legato da forte amicizia ai partigiani ebrei romani Marco Moscato/Moscati e Alberto Terracina, Levi viene a conoscenza della razzia di Roma del 16 ottobre e, il mese seguente, dell’arresto a Genova dei suoi genitori per mano tedesca. Aronne/Nino Levi ed Emma Cavaglione periranno nei lager nazisti come numerosi congiunti.
In qualità di capo partigiano, Giuseppe Levi dimostra sprezzo del pericolo, dedizione incondizionata e grande intelligenza tattica. Alcune clamorose azioni di sabotaggio ai danni dell’esercito germanico, fra le quali quella al Ponte “sette luci” avvenuta nella notte tra il 20 e il 21 dicembre 1943, sono descritte efficacemente nel diario del protagonista pubblicato da Einaudi nel 1945 con il titolo Guerriglia nei castelli romani. L’anno seguente Cesare Pavese esprime apprezzamento per l’intensa cronaca della vita partigiana che traspare dall’opera, dedicandole una recensione, mentre il regista Nanni Loy nel 1961 ne ricaverà il film Un giorno da leoni (Raiplay).
Nell’introduzione alla seconda edizione del diario, del gennaio 1971, Giuseppe Levi consegna ai lettori un sofferto bilancio della propria vicenda umana nell’auspicio di una nuova stagione in cui “l’odio dell’uomo verso l’uomo scompaia per sempre”.
Bibliografia:
Lidia Maggioli – Antonio Mazzoni. Il ponte sette luci. Biografia di Giuseppe Levi Cavaglione. Metauro, Pesaro 2012.
Pino Levi Cavaglione. Guerriglia nei castelli romani. Il Nuovo Melangolo, 2023 (prima edizione Einaudi, 1945).
