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Nino Contini

Nino Contini

Mio padre, Nino Contini, era un giovane e brillante avvocato di Ferrara, nonché esponente della gioventù ebraica locale. Nel 1934 aveva organizzato un comitato di soccorso per i giovani correligionari espulsi dal territorio germanico e curando la loro emigrazione in Palestina. 

Nei primi mesi del 1940, il governo si preparava ad affrontare l’ingresso dell’Italia in guerra. Il controllo degli orientamenti politici degli ebrei italiani diventava un problema di crescente importanza legato alla più ampia questione della sorveglianza degli elementi ebrei e non ritenuti sospetti e pericolosi.

 Nino era già seguito dalla questura. Il 2 giugno 1940  la prefettura di Ferrara inviò a Roma una lunga relazione in cui erano presenti tutti gli stereotipi antisemiti:

Il 10 giugno l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania e il giorno successivo il prefetto ricevette da Roma l’ordine di internare Contini nel campo di Urbisaglia dove sarebbe stato portato cinque giorni più tardi dopo aver passato qualche giorno nelle carceri cittadine, in via Piangipane: 

La prefettura di Ferrara sollecitò complessivamente 32 internamenti 21 dei quali a carico di ebrei, mettendo in luce una sperequazione nettissima dell’incidenza dell’internamento sulla minoranza ebraica rispetto alla popolazione italiana nel suo complesso.  

L’internamento comportava una privazione della libertà di azione e di movimento, per ogni spostamento era necessario chiedere un permesso e anche per poter essere visitati dai propri parenti si doveva intraprendere una lunga trafila burocratica. 

Nino, come tutti gli altri internati, chiese i permessi per ricevere visite della moglie e per poter andare a difendersi in un processo che si sarebbe svolto a Milano  (e da cui fu, due anni dopo in pieno periodo bellico, assolto con formula piena). Con il suo spirito vivace e polemico, non tardò però a farsi carico della questione più generale di come erano trattati gli internati.  Il prefetto di Macerata, già all’inizio di agosto ne chiedeva il trasferimento:

Pochi giorni dopo Nino fu trasferito alle Tremiti, nell’isola di San Domino, fino a che, all’inizio del 1941 fu nuovamente trasferito a Pizzoferrato, un piccolo paese di montagna in provincia di Chieti.

Là ebbe il permesso che la sua famiglia, la moglie Laura e due bambini, Bruno e Leo, lo raggiungessero.  Nella primavera del 1943 venne nuovamente trasferito a Cantalupo del Sannio (Campobasso).  Da qui, dopo l’8 settembre, la famiglia riparò in un rifugio a Campitello Matese per sfuggire alle retate tedesche. In novembre gli alleati raggiunsero i paesi della pianura e i Contini tornarono nella misera residenza di Cantalupo, fino a che, poco dopo, riuscirono a raggiungere Napoli liberata.  A Napoli Nino riprese l’attività di avvocato presso le corti alleate e ancora una volta si dedicò alla riorganizzazione della vita ebraica della città. Tornò a una intensa vita politica nel Partito d’Azione, ma una malattia allora incurabile lo stroncò nel ottobre 1944 non ancora trentottenne.



Nino Cortini